Alessandro D’Ercole: il ferro, la polvere e il ritorno all’Uno
Ho intervistato Alessandro D’Ercole, artista del ferro, ma sarebbe riduttivo definirlo solo così. La sua ricerca non si limita alla materia: è una riflessione radicale sull’unità delle cose, sulla fine della divisione tra opposti, sul superamento della duplicità che caratterizza il nostro modo di pensare.
Fin dalle prime parole dell’intervista emerge un tema centrale: l’arte non separa, unifica.
Per D’Ercole il senso dell’arte non è estetico in senso decorativo, ma ontologico. È una ricerca della sintesi. Una tensione verso ciò che lui chiama “l’unificazione”, verso l’Uno.
Il suo percorso – riflesso anche nei cinque libri pubblicati – è una progressiva ricerca di sintesi. Anche quando lavora con simboli mitologici, medievali o carolingi, non si tratta di nostalgia storica. Il mito diventa strumento di unificazione. Ogni simbolo è tentativo di riportare il molteplice all’unità.
Il ferro, materiale che utilizza da anni, non è solo mezzo tecnico. È materia morale.
È metallo che nel mondo viene trasformato in cannoni, casseforti, prigioni.
D’Ercole cerca invece di restituirgli dignità, bellezza, anima.
Un gesto emblematico: non pulisce mai la scoria di saldatura.
Perché la scoria è ciò che il mondo rifiuta.
E per lui la vita nasce dallo scarto, dall’humus, dalla polvere.
È qui che la sua ricerca compie un salto: dalla scoria alla polvere.
Alessandro D'Ercole Video Intervista
L’intervista integrale con Alessandro D’Ercole è disponibile all’interno di Nodelab Academy. L’accesso è gratuito previa registrazione.
Polvere innamorata: arte, quantistica e responsabilità
Nella seconda parte del dialogo il pensiero di D’Ercole si apre verso territori che intrecciano arte, scienza, mito e filosofia.
La polvere diventa centro della sua ricerca attuale.
Frullinando, lucidando, lavorando il ferro, si accorge che ciò che si perde – la polvere metallica – è in realtà una parte essenziale della materia. Non un residuo, ma una soglia.
La polvere è corpo.
È pigmento.
È ciò che costituisce il cosmo.
Per D’Ercole non siamo stati polvere: siamo polvere.
E cita una traduzione di Quevedo: non “terra innamorata”, ma “polvere innamorata”.
Sempre innamorata.
L’innamoramento è il motore della conoscenza.
Senza desiderio, senza fascinazione, l’essere umano non cerca.
Il discorso si spinge oltre: quantistica, entropia, negentropia, cyborg, algoretica.
L’algoritmo non come strumento di accumulazione economica, ma come possibile etica dell’unificazione.
La tecnologia non come distruzione, ma come ritorno all’origine.
Qui emerge un concetto potente:
1 = 0 = infinito.
L’uno, lo zero e l’infinito coincidono.
Non esiste più opposizione tra reale e sogno, tra fisica e metafisica.
Esiste una sintesi.
Il linguaggio binario (1 e 0) diventa metafora della duplicità che l’arte deve superare.
E poi i quattro elementi: acqua, aria, terra e fuoco.
Sono la base della vita e sono la base del lavoro sul ferro.
Ogni scultura è un atto alchemico.
Ma c’è anche un altro punto, forse il più delicato:
la libertà dell’artista di essere considerato folle.
Per D’Ercole la follia è una forma alta di pensiero.
Il mondo contemporaneo parla di giustizia e correttezza, ma non tollera chi supera i confini della realtà condivisa.
L’arte invece può parlare di ciò che, come diceva Wittgenstein, non si può dire.
E può farlo con la metafora.
Il suo percorso, però, non è evasione.
È responsabilità.
Responsabilità verso la materia.
Verso l’energia.
Verso il mondo.
Se la polvere contiene tutta la conoscenza, allora il problema non è inventare, ma ricordare.
Ricordare ciò che l’umanità ha sempre saputo:
che siamo figli del sole, dei metalli, dell’acqua.
La molteplicità è semplice.
La sintesi è difficile.
Il computer eccelle nella molteplicità.
L’essere umano può ancora eccellere nella sintesi.
Forse è lì che l’arte trova la sua funzione.
Non spiegare.
Non dimostrare.
Ma aprire una domanda.
E la domanda è sempre il primo passo verso l’Uno.




