Arte senza barriere: dalla pittura alla scultura tattile interattiva

Un progetto di Vera Ochsenreiter per rendere l’esperienza museale più autonoma, accessibile e multisensoriale

Nel mio lavoro di docente e progettista mi interessa soprattutto ciò che accade quando una tecnologia smette di essere soltanto uno strumento e diventa un mezzo per creare nuove forme di relazione.

È da questa prospettiva che nasce il progetto di tesi di Vera Ochsenreiter, sviluppato nell’ambito del Master di II livello in Nuove tecnologie per la comunicazione, il cultural management e la didattica della storia dell’arte dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e che mi ha visto come relatore.

La ricerca, dal titolo “Arte senza barriere: tecnologie inclusive per l’accessibilità museale autonoma di persone con disabilità visiva”, affronta una questione centrale per il museo contemporaneo: come permettere a una persona cieca o ipovedente di conoscere un’opera pittorica in maniera autonoma, senza dipendere necessariamente dalla presenza di una guida o di un mediatore.

Dal diritto alla cultura alla progettazione dell’esperienza

L’accessibilità museale non dovrebbe essere considerata un servizio aggiuntivo o una concessione riservata ad alcune categorie di visitatori.

È una condizione fondamentale perché il museo possa definirsi realmente uno spazio pubblico, aperto e capace di rappresentare l’intera comunità.

Una persona non vedente può ancora incontrare numerose difficoltà durante una visita: opere che non possono essere toccate, percorsi privi di supporti tattili, informazioni disponibili soltanto in forma visiva e audioguide che richiedono comunque l’utilizzo delle mani o di dispositivi personali.

Il progetto di Vera parte proprio da questa criticità e propone una soluzione concreta, sviluppata mettendo in relazione:

  • ricerca storico-artistica;
  • modellazione e stampa 3D;
  • progettazione tiflodidattica;
  • elettronica open source;
  • audiodescrizione;
  • materiali tattili reali.

Il risultato non è una semplice riproduzione dell’opera, ma una vera interfaccia multisensoriale.

Lo Zaptié libico di Clemente Tafuri

L’opera scelta è lo Zaptié libico, dipinto nel 1937 da Clemente Tafuri e conservato presso il Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri di Roma.

Il dipinto raffigura a mezzo busto uno zaptié, appartenente ai corpi di Carabinieri reclutati tra le popolazioni locali delle colonie africane italiane.

La figura indossa un ampio burnus rosso, decorato con bordature, lacci e ciondoli, mentre il capo è avvolto da un drappo chiaro. Si tratta di un’immagine particolarmente adatta a una traduzione tattile per la riconoscibilità del volto, del copricapo e delle pieghe dell’abbigliamento.

La scelta del Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri è nata anche dall’esperienza diretta maturata durante le visite organizzate nell’ambito del Master e dalla disponibilità dell’istituzione ad accogliere una sperimentazione dedicata all’accessibilità.

Da un dipinto bidimensionale a un busto esplorabile

Uno degli elementi più originali della tesi riguarda la trasformazione del quadro in una scultura tattile tridimensionale a tutto tondo.

Nella maggior parte dei percorsi tiflodidattici, le opere pittoriche vengono tradotte in bassorilievi. In questo caso, invece, è stato realizzato un busto vero e proprio, esplorabile frontalmente, lateralmente e posteriormente.

Il processo è partito dall’immagine digitale del dipinto. Attraverso strumenti di elaborazione tridimensionale e sistemi di intelligenza artificiale capaci di interpretare volumi e profondità, è stato prodotto un primo modello 3D.

Il file è stato successivamente rifinito in Blender, intervenendo su:

  • proporzioni;
  • profondità;
  • leggibilità delle forme;
  • pieghe dell’abbigliamento;
  • caratteristiche del volto;
  • elementi distintivi della divisa.

La parte posteriore, non visibile nel dipinto originale, è stata ricostruita grazie allo studio di uniformi e indumenti storici conservati nel museo.

Dopo la modellazione, il busto è stato preparato per la stampa 3D e trasformato in un oggetto fisico pensato non soltanto per essere osservato, ma soprattutto per essere conosciuto attraverso le mani.

Arduino e l’audio che si attiva con la presenza

La scultura tattile è stata collegata a un sistema elettronico basato su Arduino.

Un sensore a ultrasuoni HC-SR04 rileva l’avvicinamento del visitatore. Quando una persona entra nel raggio prestabilito, il sistema attiva automaticamente un file audio attraverso un modulo DFPlayer Mini.

L’audiodescrizione accompagna progressivamente l’esplorazione:

  1. introduce il contesto storico;
  2. presenta Clemente Tafuri e il dipinto;
  3. guida le mani verso il copricapo;
  4. descrive il volto;
  5. accompagna l’esplorazione del burnus;
  6. segnala lacci, nappe, ricami e ciondoli.

L’attivazione automatica risolve anche un problema molto concreto: una persona non vedente non può leggere contemporaneamente una didascalia in Braille ed esplorare un modello tattile, perché entrambe le azioni richiedono l’utilizzo delle mani.

In questo caso, invece, il contenuto verbale viene ascoltato mentre le mani sono libere di conoscere la forma.

Texture, tessuti e riferimenti cromatici

La stampa 3D permette di restituire i volumi, ma non può riprodurre pienamente la morbidezza di un tessuto o la differenza tra materiali.

Per questo motivo, accanto al busto sono stati inseriti ulteriori elementi sensoriali, tra cui un campione di velluto rosso e la riproduzione di alcuni dettagli ornamentali.

Il velluto consente di percepire la consistenza del burnus e svolge contemporaneamente una funzione cromatica per le persone ipovedenti che conservano una percezione residua dei colori.

Al modello è stata inoltre affiancata una riproduzione fotografica del dipinto, così da costruire un dispositivo adatto a differenti livelli di capacità visiva.

Non si tratta quindi di sostituire un senso con un altro, ma di creare una pluralità di accessi all’opera.

Un museo che si attiva intorno alla persona

Questa tesi dimostra come la stampa 3D, Arduino e l’audio possano diventare strumenti di mediazione culturale accessibili anche a musei di dimensioni contenute.

Non è necessario trasformare ogni sala in un ambiente altamente tecnologico. Potrebbe essere sufficiente individuare alcune opere significative e progettare attorno a esse postazioni autonome, replicabili e progressivamente migliorabili.

Il passaggio più importante non è quello dal dipinto al modello 3D.

È quello dal visitatore considerato come destinatario passivo al visitatore riconosciuto come persona libera di scegliere tempi, modi e intensità della propria esperienza.

Il progetto sviluppato da Vera rappresenta un primo prototipo, destinato a essere verificato e perfezionato attraverso il confronto diretto con persone cieche e ipovedenti e attraverso il futuro inserimento nel contesto museale.

La tecnologia, in questo caso, non sostituisce la relazione umana. La affianca, aprendo uno spazio di autonomia che prima non esisteva.

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