Il progetto–esperimento Il Gioco nasce all’interno dell’evento pubblico I colori della Costituzione, promosso in occasione dell’80° anniversario della Costituzione italiana, con l’obiettivo di tradurre alcuni principi fondativi della Repubblica in pratiche artistiche partecipative.
Il riferimento costituzionale esplicito del mio intervento è l’Articolo 11 della Costituzione italiana, che afferma:
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli
e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.»
Ripudiare la guerra, però, non significa ignorarla né rimuoverla dal discorso pubblico.
Significa, piuttosto, assumerla come responsabilità: interrogare le condizioni che la rendono possibile, riconoscere le dinamiche attraverso cui la violenza viene normalizzata, giustificata, resa accettabile.
La performance è stata concepita proprio come un dispositivo esperienziale capace di mettere in crisi una lettura semplicistica del concetto di pace.
Il conflitto non è stato eliminato, ma trasposto: dal piano della distruzione reale a quello del gioco, del simbolo, della competizione regolata.
Il gioco come rivelatore
È proprio qui che Il Gioco si innesta.
All’interno della performance una regola era esplicitata con chiarezza:
non rompere gli oggetti presenti sul campo di gioco.
La fragilità era evidente.
La regola dichiarata.
Eppure, con il procedere dell’azione, il desiderio di gioco e di divertimento ha progressivamente sospeso la cura per il contesto, fino a rendere la rottura un danno collaterale accettabile.
Questo passaggio rende il progetto dialogante con una linea centrale della riflessione filosofica e politica del Novecento, in particolare con il concetto di banalità del male elaborato da Hannah Arendt.
Arendt mostra come il male non si manifesti necessariamente attraverso l’odio o la crudeltà intenzionale, ma possa emergere dalla sospensione del pensiero durante l’azione, quando un contesto — burocratico, normativo, ludico o aggiungerei, famigliare — rende certi gesti normali, accettabili, non più interrogati.
Nella performance questo meccanismo è apparso con chiarezza:
non si è distrutto “contro” qualcosa,
si è distrutto mentre si faceva altro.
Articolo 11: una pratica fragile
Il collegamento con l’Articolo 11 si colloca esattamente qui.
La pace non è presentata come uno stato naturale, né come semplice assenza di guerra, ma come pratica faticosa, che richiede attenzione continua, rallentamento, capacità di rinunciare a qualcosa — anche al divertimento — per non distruggere ciò che ci circonda.
In questo senso, la performance non “rappresenta” il ripudio della guerra:
ne mette alla prova la fragilità concreta, mostrando quanto facilmente possa essere tradito quando entra in conflitto con il desiderio, la competizione, l’urgenza di arrivare.
Il progetto non offre soluzioni né consolazioni.
Rende visibile una tensione: quella tra il principio costituzionale e il comportamento quotidiano, tra l’etica dichiarata e il gesto praticato. In breve, tra il dire e il fare.
Ed è proprio in questa frizione che il lavoro trova il suo senso più profondo.




